Fisco

7 Luglio 2021 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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CGIA: meno tasse allo Stato centrale

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Secondo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, sebbene oltre la metà della spesa pubblica italiana sia in capo a Regioni ed enti locali, le tasse degli italiani continuano in massima parte a confluire nelle casse dello Stato centrale. Nel 2019, ad esempio, l’85,4 per cento del totale del gettito tributario è stato prelevato dall’erario: praticamente 441,4 miliardi su un totale di 516,6. Per contro, agli enti periferici sono andate le briciole: praticamente poco più di 75 miliardi, pari al 14,6 per cento del totale.

I tecnici mestrini sostengono che lo squilibrio tra entrate e centri di spesa dimostra ancora una volta come l’Amministrazione pubblica centrale sia sempre più arroccata su una posizione di difesa del proprio ruolo di intermediazione. Le Amministrazioni locali, che gestiscono una quota di spesa pubblica superiore a quella delle Amministrazioni centrali in virtù del trasferimento di funzioni e competenze avvenuto circa due decenni fa, continuano a dipendere in buona misura dalle coperture finanziarie che arrivano da Roma. Tuttavia, i tempi di erogazione da parte dello Stato centrale non sempre sono velocissimi, anzi.

A fronte del risultato emerso da questa elaborazione, appare necessario approvare in tempi ragionevolmente brevi la legge sull’autonomia differenziata chiesta a gran voce da molte Regioni. In altre parole vanno trasferite funzioni e competenze agli enti periferici che, a loro volta, devono poter contare su risorse proprie che dovranno essere recuperate trattenendo sul territorio buona parte delle tasse versate dai contribuenti. Solo avvicinando i centri di spesa ai cittadini si potrà rispondere meglio alle esigenze di questi ultimi, rendendo gli amministratori locali più responsabili e più virtuosi. Naturalmente le aree del paese più in ritardo dovranno essere aiutate economicamente da quelle che non lo sono: la solidarietà tra territori costituirà il collante di questo cambiamento epocale. Tutto ciò con l’obbiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i conti pubblici. Una riforma, quella dell’autonomia, che ridisegnerà il fisco in senso federale attraverso la riscrittura di tre passaggi fondamentali: dal centro alla periferia, dalle persone alle cose e dal complesso al semplice.

Nonostante contiamo un numero spropositato di tasse, imposte e tributi, le prime venti voci (per importo prelevato) incidono sul gettito tributario totale per il 93,7 per cento. Solo le prime tre – Irpef, Iva e Irespesano sui contribuenti italiani per un valore complessivo pari a 320,6 miliardi di euro. Un importo, quest’ultimo, che copre il 62 per cento del gettito complessivo. In vista della prossima riforma fiscale, oltre a ridurre il carico in capo a famiglie e imprese, appare sempre più necessario semplificare il quadro generale, tagliando gabelle e balzelli che, per l’erario, spesso costituiscono più un costo che un vantaggio.

Negli ultimi venti anni le entrate tributarie in Italia sono aumentate di 166 miliardi di euro. Se nel 2000 l’erario e gli enti locali avevano incassato 350,5 miliardi di euro, nel 2019 il gettito, a prezzi correnti, è salito a 516,6 miliardi. In termini percentuali, la crescita in questo ventennio è stata del 47,4 per cento, 3,5 punti in più rispetto all’aumento registrato sempre nello stesso arco temporale dal Pil nazionale espresso in termini nominali (+44,2 per cento). L’inflazione, sempre in questo arco temporale, è aumentata del 37 per cento, dieci punti in meno rispetto alla crescita percentuale del gettito. Qualcuno può affermare con cognizione di causa che con 166 miliardi di entrate in più la nostra macchina pubblica ha funzionato meglio e i contribuenti italiani hanno ricevuto più servizi, oppure questo prelievo aggiuntivo li ha impoveriti, contribuendo a non far crescere il Paese? La CGIA non ha dubbi; propende senza esitazioni per la seconda ipotesi.

 

 

Fonte CGIA Mestre

 

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