Giurisprudenza

10 Settembre 2019 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Consistenti compensi alla moglie indicano autonoma organizzazione

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I titolari di una impresa familiare devono prestare attenzione: chi eroga elevati compensi al collaboratore deve pagare l’IRAP. Lo afferma l’ordinanza della Cassazione n. 22469 del 9 settembre 2019.

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza in data 7 novembre 2017 con la quale la Commissione tributaria regionale delle Marche, in accoglimento dell’appello proposto da S.V., ha accolto il ricorso proposto dal contribuente contro il silenzio rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso dell’IRAP versata per gli anni 2005-2008.

Riteneva la CTR che erroneamente l’Agenzia delle entrate aveva fatto discendere dalla circostanza che la moglie del contribuente fosse collaboratrice in forma associata nella misura del 49 per cento dell’impresa familiare la prova della sussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione, laddove, in difetto di specifica prova contraria da parte dell’ufficio, la particolarità dell’attività di promotore finanziario svolta dal contribuente relegava la collaborazione del coniuge – priva di tale qualifica – ad un ambito meramente esecutivo, quale quello di segretaria o affine.

La Cassazione ha accolto il ricorso e cassato la sentenza. In tema di IRAP, l’attività svolta dal promotore finanziario non è qualificabile automaticamente come attività di impresa, di per sé assoggettata ad imposta, ma, anche alla stregua dell’interpretazione costituzionalmente orientata fornita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 156 del 2001, richiede una valutazione complessiva, da parte del giudice di merito, degli elementi di fatto offerti dalla fattispecie concreta, poiché essa, a norma dell’art. 31 DLgs. 24.2.1998 n. 58, può essere svolta “in qualità di dipendente, agente o mandatario” e, quindi, può assumere connotati variabili tra la figura del lavoro subordinato dipendente, esente da imposta, quella del lavoro autonomo, assoggettabile ad imposta solo in presenza di un’autonoma organizzazione, e quella dell’attività d’impresa, pacificamente sottoposta ad imposizione (Cass. n. 8120 del 2012).

Inoltre, “l’IRAP afferisce non al reddito o al patrimonio in sé, ma allo svolgimento di un’attività autonomamente organizzata per la produzione di beni e servizi, sicché ne è soggetto passivo pure l’imprenditore familiare ma non anche i familiari collaboratori atteso che la collaborazione dei partecipanti integra quel quid pluris dotato di attitudine a produrre una ricchezza ulteriore (o valore aggiunto) rispetto a quella conseguibile con il solo apporto lavorativo personale del titolare ed è, quindi, sintomatica del relativo presupposto impositivo” (Cass. n. 12616 del 2016; nello stesso Cass. n. 24060 del 2016, in motivazione).

Nel caso di specie, la CTR, dopo aver osservato che, ai fini della sussistenza del presupposto impositivo occorre “la concreta dimostrazione che l’apporto del collaboratore familiare abbia effettivamente incrementato il fatturato aziendale”, ha affermato che “in difetto di specifica prova contraria, la particolarità dell’attività di promotore finanziario dell’appellante (come sopra spiegato) relega la collaborazione della moglie – priva di quella specifica qualifica ma semplicemente legata al medesimo in un’impresa familiare – ad un ambito meramente esecutivo, quale quello di segretaria o affine”.

Però dai quadri RF relativi gli anni d’imposta in questione, riportati dall’Agenzia delle entrate in ricorso in ossequio al principio di autosufficienza, risulta che sono state corrisposte alla collaboratrice familiare quote pari ad € 93.393,00 per il 2005, € 114.617,00 per il 2006, € 121.997,00 per il 2007 ed € 40.410,00 per il 2008. Tali considerevoli spese si manifestano incompatibili con l’insussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione, sì da collocare, nel caso di specie, l’attività svolta dal promotore finanziario nell’ambito dell’area di assoggettabilità all’imposta.

 

 

 

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