Giurisprudenza

20 Febbraio 2019 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Dentisti: attenzione ai giorni lavorati e al numero di pazienti

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L’accertamento analitico-induttivo, denominato anche presuntivo, consiste nella contestazione dell’evasione mediante il ricorso a presunzioni qualificate, ovvero gravi, precise e concordanti. Con la sentenza n. 3290 del 5 febbraio 2019, la Cassazione ha stabilito che è legittimo l’accertamento analitico-induttivo basato su dati forniti dal contribuente dentista, relativamente al numero dei giorni lavorati e al numero di sedute.

ll contribuente reagiva all’avviso di accertamento con cui l’Ufficio rideterminava per l’anno d’imposta 2003 i redditi professionali da lui conseguiti nell’esercizio della professione di odontoiatra con gabinetto medico a Genova. Il ricorso introduttivo contestava diffusamente nel merito le induzioni operate dall’Ufficio ed il metodo adottato per ricostruire il volume d’affari, ritenendo non provate le gravi incongruenze tra ricavi dichiarati e quelli stimati dall’Amministrazione finanziaria. Il giudice di prossimità rilevava preliminarmente il mancato deposito in giudizio del verbale di constatazione, ritenendo irrilevante sul punto la sua avvenuta notifica al contribuente, di cui peraltro apprezzava nel merito le ragioni, ritenendo insussistenti i maggiori ricavi accertati. Appellava l’Amministrazione finanziaria, affermando che la descrizione dell’attività ispettiva sia stata trasfusa in processo verbale di accesso mirato (e non quindi in un pvc, che non poteva quindi essere depositato), il cui contenuto era stato trasfuso nelle motivazioni dell’atto impugnato. Insisteva che il processo verbale (di accesso mirato) fosse tra gli atti prodotti dal contribuente e, in ogni caso, potesse essere richiesto dal giudice di primo grado, senza che la sua assenza potesse giustificare l’accoglimento del ricorso. Completava la propria difesa ribadendo la legittimità della sequenza amministrativa. La CTR per la Liguria, con la sentenza qui gravata, accoglieva l’appello dell’Ufficio, ritenendo provate le riprese a tassazioni in ragione del rapporto fra giorni lavorativi, le dichiarazioni del contribuente sul numero di sedute dedicate a ciascun paziente e il raffronto con le poche fatture reperite. Ricorre per cassazione il contribuente

La Suprema ritiene infondato il ricorso e lo rigetta. Nell’ipotesi in cui l’Amministrazione finanziaria abbia sufficientemente motivato, specificando gli indici di inattendibilità dei dati relativi ad alcune poste di bilancio e dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata, il suo operato è assistito da presunzione di legittimità, nel senso che null’altro l’ufficio è tenuto a provare, se non quanto emerge dal procedimento deduttivo fondato sulle risultanze esposte, mentre grava sul contribuente l’onere di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate, anche in relazione alla contestata antieconomicità delle stesse, senza che sia sufficiente invocare l’apparente regolarità delle annotazioni contabili, perché proprio una tale condotta è di regola alla base di documenti emessi per operazioni inesistenti o di valore di gran lunga eccedente quello effettivo. (Sez. V, n. 14068 del 20/06/2014, Rv. 631527 – 01).

Inoltre, l’Amministrazione finanziaria, in presenza di contabilità formalmente regolare, ma intrinsecamente inattendibile per l’antieconomicità del comportamento del contribuente, può desumere in via induttiva, sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, il reddito del contribuente, utilizzando le incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, incombendo sempre sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria e dimostrare la correttezza delle proprie dichiarazioni.

Gli Ermellini hanno ritenuto corretto l’operato dell’Ufficio che si era basato sul rapporto tra i giorni lavorativi, il numero di sedute dedicate a ciascun paziente (come dichiarato dal contribuente) e il raffronto con le poche fatture emesse. Sulla legittimità dell’accertamento induttivo a tale categoria di contribuenti si è pronunciata recentemente la Cassazione che, con ordinanza n. 30782 del 2018 ha stabilito che il consumo di elementi monouso è un indice significativo del numero degli interventi che il professionista effettua sui pazienti: è, dunque, legittimo il ricorso al metodo induttivo se c’è incongruenza tra prodotti monouso e prestazioni.

 

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