Giurisprudenza

9 Novembre 2017 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Detrazione IVA a rischio con fattura incompleta e generica

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Nel 2013 la Corte di Giustizia UE ha stabilito che l’amministrazione fiscale può contestare la detrazione dell’imposta sul valore aggiunto nel caso in cui la fattura d’acquisto sia incompleta (nello caso specifico, troppo generica).

In base a quanto recepito dalla normativa comunitaria, nelle fatture devono essere presenti una serie di elementi: natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione; corrispettivi ed altri dati necessari per la determinazione della base imponibile, compresi quelli relativi ai beni ceduti a titolo di sconto, premio o abbuono; aliquota, ammontare dell’imposta e dell’imponibile con arrotondamento al centesimo di euro. Si deduce che anche la normativa nazionale richiede una puntuale descrizione dell’operazione ritendo insufficiente una generica indicazione.

Nell’ottobre 2017, la Corte di Cassazione ha emesso una delle poche sentenze che si occupi direttamente della questione della genericità delle fatture ai fini della detrazione IVA. La Suprema Corte con l’ordinanza n. 23384/2017 ha stabilito l’indetraibilità dell’IVA afferente a una fattura di acquisto qualora la sua descrizione e la documentazione a supporto dell’operazione fatturata siano troppo generiche o insufficienti a dimostrare la natura, qualità e quantità dei beni o servizi acquistati.

L’Amministrazione finanziaria – nell’esaminare la fattura ai fini della detraibilità – deve tener conto anche delle informazioni complementari fornite dal soggetto passivo, come emerge dall’art. 219 della direttiva 2006/112, che assimila a una fattura tutti i documenti o messaggi che modificano e fanno riferimento in modo specifico e inequivocabile alla fattura iniziale, per esempio il contratto sottostante. Inoltre, colui che richiede la detrazione dell’IVA ha l’onere di dimostrare l’esistenza di tutti i requisiti per fruirne e, per conseguenza, di fornire elementi e prove, anche integrativi e succedanei, rispetto alle fatture, che l’amministrazione ritenga necessari per valutare se si debba riconoscere, o meno, la decurtazione dell’imposta.

Nel caso oggetto della sentenza, di fronte a una fattura troppo generica, è stata valutata anche l’ulteriore documentazione (delibere del CdA e verbali del comitato esecutivo) fornita dal contribuente. Gli Ermellini hanno ritenuto insufficienti le prove allegate, in quanto i documenti facevano si riferimento alle operazioni fatture, ma non riportavano mai il contenuto, indicando solamente i valori monetari finali.

Cassazione ordinanza n. 23384-2017

 

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