Mondo Impresa

30 Marzo 2020 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

0

Il tracollo del PIL secondo i commercialisti

Print Friendly, PDF & Email

Dopo coronavirus, la parola che più caratterizza questi primi mesi del 2020 è lockdown: isolamento, blocco, chiusura totale ed è utilizzata per indicare la temporanea cessazione delle attività economiche per meglio fronteggiare la pandemia di COVID19 in corso.

Analizzando i dati Istat relativi al 2019, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili ha provato a quantificare l’impatto che le misure adottate dal Governo avranno sull’economia nazionale.

Le attività economiche di cui è stata disposta la chiusura totale avevano contributo alla formazione del PIL del 2019 per il 34,42 per cento; quelle rientranti in settori per i quali è stata disposta una chiusura parziale, limitata ad alcune attività soltanto, avevano contribuito per il 23,39 per cento, mentre le attività economiche per le quali è rimasto consentito il pieno svolgimento avevano invece contribuito per il restante 42,19 per cento.

Dei 1.787 miliardi di euro di PIL 2019: 754 miliardi sono riconducibili ad attività di settori economici giudicati essenziali; 615 miliardi sono riconducibili ad attività di settori economici chiusi per COVID19; 418 miliardi sono riconducibili ad attività di settori economici parzialmente chiusi per COVID19.

Secondo i commercialisti, quindi, non risulterebbe così lontano dalla realtà un crollo del PIL (lato produzione) nell’ordine del 60-70 per cento nel periodo di blocco, tenuto conto che anche molte delle attività economiche consentite sono comunque penalizzate in modo fortissimo, sul lato dei consumi e della domanda. Questi numeri equivalgono a una potenziale riduzione del PIL tra 85 e 100 miliardi per ogni mese di durata del “lockdown” nell’assetto attuale.

Tra le attività che hanno subito lo stop forzato, a pesare di più sono quelle riconducibili al comparto immobiliare (oltre 288 miliardi prodotti nel 2019, per il 16,15 per cento del PIL), seguite da costruzioni (75 miliardi, 4,23 per cento), servizi di alloggio e ristorazione (68 miliardi, 3,68 per cento) e fabbricazione di prodotti in metallo (35 miliardi, 2 per cento).

Per quanto riguarda le attività semi-aperte (alcune chiuse, alcune attive perché necessarie nella filiera dei servizi essenziali) le imprese con il maggior peso specifico in termini di produzione del PIL sono quelle del commercio all’ingrosso (93 miliardi, 5,24 per cento) e al dettaglio (89 miliardi, 5,03 per cento). Seguono quelle che si occupano di fabbricazione di macchine e apparecchiature (40 miliardi, 22,9 per cento) e di magazzinaggio e supporto ai trasporti (38 miliardi, 2,17 per cento).

Risultano ai primi posti, invece, tra le attività consentite, l’Amministrazione pubblica e difesa, assicurazione sociale obbligatoria (121 miliardi, 6,79 per cento del PIL), attività finanziarie e assicurative (95 miliardi, 5,32 per cento), attività dei servizi sanitari (93 miliardi, 5,21 per cento), istruzione (75 miliardi, 4,22 per cento) e le attività legali, di contabilità e consulenza gestionale (52 miliardi, 2,93 per cento).

 

Fonte CNDCEC

Tags: , , , , , ,


Segnalazioni, informazioni, comunicati, nonché rettifiche o precisazioni sugli articoli pubblicati vanno inviate a: redazione@dailytax.it




Back to Top ↑