Giurisprudenza

22 Giugno 2020 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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La Cassazione elenca i presupposti della falsa fatturazione

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La Corte di Cassazione con la sentenza n. 18279 del 16 giugno 2020 ha indicato una serie di elementi che portano a dimostrare una frode fiscale e l’inesistenza della prestazione indicata in fattura. Inoltre, i documenti contabili presentati dagli accusati non hanno permesso di ricostruire le presunte operazioni commerciali avvenute.

Il caso riguarda la sentenza della Corte d’appello di Milano che aveva condannato F.S. per il rilascio di fatture e altri documenti per operazioni inesistenti al fine di consentire l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto. Allo stesso tempo condannava M.M. utilizzatore delle fatture per operazioni inesistenti.

M.M. ha presentato un unico motivo di ricorso in Cassazione con il quale eccepisce il vizio di motivazione e la violazione di norme processuali. Lamenta in particolare che il Pubblico ministero non aveva provato l’inesistenza delle operazioni fatturate. Contesta gli argomenti sostenuti nelle sentenze di merito e sostiene che aveva sempre operato nel campo edile, affidando parte dei lavori allo F.S. in subappalto; che la descrizione contenuta nelle fatture non era stata generica; che gli inquirenti non avevano effettuato le verifiche del caso presso i proprietari degli immobili oggetto di intervento; che non esistevano documenti a corredo delle fatture, trattandosi di opere edili di manodopera a corpo in subappalto; che i pagamenti erano stati regolarmente effettuati e sarebbe stato onere dei finanziari verificare i conti correnti delle imprese coinvolte. Aggiunge che l’unico teste sentito aveva confermato l’esecuzione dei lavori di cui alle fatture.

F.S. eccepisce la violazione di legge ed il vizio di motivazione perché non era stata raggiunta la prova della sua responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio. Richiama a suo favore le dichiarazioni di M.M., il quale aveva confermato di conoscerlo come persona e non come impresa.

La Corte ritiene che i ricorsi debbano essere dichiarati inammissibili. La Corte territoriale, nel confermare la decisione di primo grado, ha riesaminato criticamente il materiale probatorio costituito dai documenti e dalle dichiarazioni dell’operante ed ha indicato i seguenti elementi decisivi ai fini della responsabilità: a) M.M. aveva inserito le fatture in contabilità nell’imminenza della scadenza della dichiarazione dei redditi; b) la descrizione dei lavori eseguiti nelle fatture era stata generica ed in alcuni casi illeggibile, nonostante il valore non irrisorio (superiore ad Euro 45.000,00); c) M.M. non aveva conservato o esibito la documentazione relativa ai lavori; d) F.S. non aveva registrato le fatture nella contabilità della sua ditta né le aveva conservate e non disponeva di risorse personali o materiali per eseguire le prestazioni delle fatture; e) né F.S. né M.M. avevano provato l’effettiva corresponsione del pagamento o le modalità del medesimo; f) M.M. aveva tratto beneficio dalla ricezione delle fatture emesse da F.S..

La tesi difensiva di entrambi i ricorrenti ha mirato a sostenere l’effettività della prestazione d’opera di F.S. nei confronti di M.M.. Si tratta di una circostanza irrilevante per come dedotta, poiché i documenti contabili di F.S. e di M.M. non hanno consentito di ricostruire le presunte operazioni commerciali avvenute. Né è sostenibile che si sia verificata un’inversione dell’onere della prova, poiché, a fronte delle puntuali contestazioni dell’accusa, i Giudici di merito hanno accertato che la documentazione rinvenuta non descriveva i lavori che gli imputati sostenevano di aver effettuato.

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