Giurisprudenza

9 Ottobre 2019 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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L’emolumento del sindaco inadempiente è estromesso dallo stato passivo della società fallita

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Nell’ipotesi in cui un rappresentante del collegio sindacale di una società cooperativa a responsabilità limitata fallita non abbia espletato correttamente l’incarico, il suo compenso può essere escluso dallo stato passivo.

A sostenerlo è il Tribunale di Rimini con il decreto del 23 luglio 2019, nonostante il credito risulti dal bilancio della società che non l’ha mai contestato e sebbene nessuna osservazione al riguardo sia stata espressa né nel piano attestato né nel concordato preventivo che avevano preceduto il fallimento.

Il caso riguarda il ricorso depositato in data 12 settembre 2018 con cui il creditore XXX ha proposto opposizione avverso lo stato passivo reso esecutivo in data 12 luglio 2018 e comunicato al creditore il giorno successivo, con il quale era stata respinta la sua domanda di insinuazione al passivo in via privilegiata per il compenso di complessivi € 11.000,00 dovuto per avere egli ricoperto la carica di componente del collegio sindacale nel periodo 28 luglio 2011 e 20 dicembre 2012; il GD aveva eccepito al creditore l’inadempimento del suo mandato, deducendo condotte illecite commissive ed omissive, con riserva di successiva azione di responsabilità.

Il Tribunale di Rimini ha accertato che il contestato inadempimento al mandato di componente del collegio sindacale era sussistente per una serie di comportamenti tenuti dal sindaco. Egli si era dimostrato completamente passivo di fronte all’operato degli amministratori, limitandosi a “manifestare preoccupazione” per il mancato pagamento del rilevante debito fiscale maturato già dal 2009 invitando nuovamente la società ad adempiere quanto prima, e ciò sia nell’agosto 2011 sia nel corso del 2012, quando il debito fiscale aveva superato i quattro milioni di euro; nella relazione al bilancio 2011, sottoscritta dai sindaci nel giugno 2012, si era appiattito sulla “impossibilità di esprimere un giudizio” formulata dal revisore dei conti, il tutto nell’attesa che le banche si esprimessero sul piano attestato.

Nel dicembre 2012 aveva espresso mere “perplessità” sulle operazioni di conferimento di tutte le attività in una Snc; aveva manifestato preoccupazione per l’ammontare, elevato, dei compensi per i nuovi consulenti nominati dalla società; aveva rinnovato l’invito a pagare le imposte; immediatamente dopo queste osservazioni e con la consapevolezza che la società avrebbe realizzato le proprie intenzioni, aveva dato le dimissioni, lasciando quindi che si realizzassero tutti i fatti per i quali aveva manifestato mera preoccupazione. Infine, nel settembre 2013, nonostante le dimissioni, aveva sottoscritto la relazione al bilancio 2012, ribadendo la ‘‘impossibilità di esprimere un giudizio”.

Inoltre, la tesi sostenuta dal sindaco, secondo cui il suo credito sarebbe già stato riconosciuto dalla società all’epoca in cui la stessa era in bonis, non è fondata. L’elenco dei creditori depositato unitamente alla domanda di concordato preventivo, non può assumere valore confessorio nel successivo fallimento, in quanto gli effetti di una dichiarazione avente valore di confessione stragiudiziale si producono se e nei limiti in cui essa sia fatta valere nella controversia in cui siano parti, anche in senso processuale, gli stessi soggetti: rispettivamente, autore e destinatario della dichiarazione. Non presenta rilievo, quindi, la circostanza che sia l’attestatore del piano, sia gli organi del concordato preventivo avessero tenuto presente il credito in questione, non competendo loro, ma alla società, il controllo sul corretto adempimento delle prestazioni che ne erano alla base.

È opportuno ricordare che secondo la giurisprudenza del Supremo Collegio il dovere di vigilanza imposto ai sindaci delle società per azioni ex art. 2403 c.c. non è limitato allo svolgimento di compiti di mero controllo formale, ma si estende anche al potere-dovere di adottare tutti i comportamenti sostitutivi atti a porre rimedio alle irregolarità riscontrate, ivi comprese – in relazione alle specifiche situazioni – la tempestiva denuncia dei fatti al Tribunale ai sensi dell’art. 2409 c.c. al fine di ottenere un controllo giudiziario della correttezza della gestione, o anche il promovimento della azione di responsabilità nei confronti degli amministratori.

In conclusione il Tribunale ha sostenuto con fermezza l’ipotesi di una condotta inadempiente agli obblighi di controllo e di reazione affidati al Collegio sindacale, anche alla luce delle Norme di comportamento predisposte dal CNDCEC (in particolare, Norme 6 e 7). Tali obblighi non vengono meno nell’ipotesi di proposizione, da parte della società, di iniziative stragiudiziali o di procedure di soluzione concordata della crisi. Di conseguenza, il credito per la funzione sindacale può essere escluso dallo stato passivo del fallimento, sebbene appostato nel bilancio della società che non l’ha mai contestato e nonostante nessuna osservazione al riguardo sia stata espressa né nel piano attestato né nel concordato preventivo che avevano preceduto il fallimento.

 

 

 

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