Mondo Impresa

12 Ottobre 2020 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Ministeri inadempienti con i fornitori

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Cinquantatré miliardi di euro è l’ultimo dato ufficiale sull’ammontare del debito commerciale della PA italiana, metà dei quali ascrivibili ai tardivi pagamenti.

Dal 2013, a seguito del recepimento nel nostro ordinamento della normativa europea contro i ritardi di pagamento, i tempi del saldo delle fatture nelle transazioni commerciali tra enti pubblici italiani e aziende private non possono superare di norma i trenta giorni (sessanta per alcune tipologie di forniture, in particolare quelle sanitarie).

Secondo quanto denunciato dall’Ufficio studi delle CGIA di Mestre, nel secondo trimestre 2020 la situazione dei pagamenti della PA è critica. Tra tutti i dodici ministeri che hanno un budget e una capacità di spesa, solo quello degli Esteri (-17 giorni) ha pagato in anticipo i propri fornitori rispetto alle scadenze previste dalla legge. Gli altri undici, invece, hanno onorato le proprie spettanze in ritardo o non hanno ancora aggiornato i dati, grave mancanza che non consente a terzi di verificare l’efficienza dell’ente pubblico.

I ministeri sono obbligati a inserire trimestralmente nel loro sito anche l’ITP (Indicatore di Tempestività dei Pagamenti). Questo indice stabilisce il ritardo medio (o l’anticipo medio quando preceduto dal segno meno) dei pagamenti rispetto alle scadenze di legge. La maglia nera spetta al ministero degli Interni che ha saldato i propri debiti con un ritardo medio di 62 giorni, mentre a salire troviamo: le Politiche Agricole (61 giorni), l’Ambiente (53 giorni), le Infrastrutture (49 giorni) e i Beni Culturali (30 giorni). I ministeri dell’Istruzione-Università, della Salute e della Giustizia non hanno aggiornato i dati e, gli ultimi due, non hanno pubblicato quelli riferiti al primo trimestre 2020.

Le conseguenze maggiori di questa anomalia ricadono sulle piccole imprese. Secondo la CGIA gli enti pubblici stanno pagando con puntualità le fatture di importo maggiore e ritardano intenzionalmente il saldo di quelle di dimensione meno elevate. Una modalità operativa che, ovviamente, sta penalizzando le piccole e piccolissime imprese che, generalmente, lavorano in appalti o forniture con importi molto contenuti. Senza liquidità a disposizione, tanti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e, paradossalmente, rischiano di dover chiudere definitivamente l’attività, non per debiti, ma per troppi crediti non ancora incassati.

La Pubblica Amministrazione italiana è tra le peggiori pagatrici d’Europa e quest’anno – causa Covid – le prospettive non saranno delle migliori. In Italia le commesse pubbliche ammontano a 140 miliardi all’anno e il numero delle imprese fornitrici sono circa un milione. Nei mesi scorsi sono emersi alcuni segnali molto preoccupanti sulla difficoltà da parte di molti enti locali di onorare gli impegni economici presi con i propri fornitori. Con il decreto Rilancio, infatti, il Governo ha messo a disposizione di Regioni, ASL e Comuni dodici miliardi di euro per liquidare almeno una parte dei debiti commerciali accumulati entro la fine del 2019. Alla scadenza del 7 luglio scorso – data entro la quale gli enti territoriali dovevano chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti le anticipazioni di liquidità per pagare i vecchi debiti – solo il 10 per cento circa delle risorse messe a disposizione era stato richiesto. Successivamente, con il decreto Agosto il Governo ha riaperto i termini: dal 21 settembre fino al 9 ottobre scorso, infatti, gli enti territoriali hanno avuto una nuova possibilità per accedere a questi fondi.

 

Fonte CGIA Mestre

Foto Palazzo del Viminale (Wikipedia)

 

 

 

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