Giurisprudenza

4 Giugno 2019 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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No al revisore avente rapporti professionali con il sindaco

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Il revisore legale di una società che fa parte del medesimo studio professionale di uno dei sindaci della stessa (al mero fine di condividere i costi) non può dirsi indipendente e, quindi, la sua nomina è nulla e non ha diritto a percepire i relativi compensi. Ad affermarlo è la Cassazione, nell’ordinanza n. 14919, depositata il 31 maggio 2019.

Il Tribunale di Milano ha rigettato l’opposizione ex art. 98 legge fall, proposta da G. M. avverso il decreto con cui il G.D. dello stesso Tribunale aveva rigettato la domanda di insinuazione in via privilegiata al passivo della procedura di amministrazione straordinaria della società V. s.p.a. del credito dell’importo di € 65.241,00, preteso dall’opponente per la sua attività di revisore contabile svolta negli anni 2010 e 2011 per la predetta società (veniva, segnatamente, richiesto il saldo per l’anno 2010 e tutto il compenso per il 2011). Il Tribunale di Milano, evidenziando lo stretto legame professionale intercorrente tra il G.M. ed il sindaco della V. s.p.a. P. M., entrambi facenti parte del medesimo studio di consulenza, ritenendo che tale rapporto di collaborazione rendesse in concreto insussistenti in capo all’opponente i requisiti di indipendenza e obiettività richiesti per l’esercizio dell’attività di revisore contabile dall’art. 10 DLgs n. 39/2010, norma avente natura imperativa, concludeva che il difetto di indipendenza costituisse una causa di invalidità della nomina del revisore che, conseguentemente, non aveva titolo per richiedere il pagamento del compenso.

Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso per cassazione G. M.

La Cassazione ha rigettato il ricorso. Affinché siano salvaguardati i requisiti di obiettività ed indipendenza, richiesti dall’art. 10 DLgs n. 39/2010 per l’esercizio dell’attività di revisore contabile, nel concetto di “società” – che non può intrattenere con il revisore legale relazioni finanziarie, d’affari, di lavoro o di altro genere, dirette o indirette (aventi ad oggetto la prestazione di servizi anche diversi dalla revisione) – rientra, a pieno titolo, anche l’organo societario del collegio sindacale. Si tratta, infatti, di un organo facente parte della c.d. governance della società, il quale concorre alla formazione dell’iter decisionale della medesima, sia partecipando alle assemblee dei soci che ai consigli di amministrazione, sia svolgendo, a norma dell’art. 2403 cod. civ., l’attività di vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto del principio di corretta amministrazione ed anche sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul corretto funzionamento.

In particolare, in materia di bilancio, se è pur vero che il c.d. controllo esterno delle società per azioni (e negli altri casi previsti dalla legge) compete alla società di revisione, la quale deve esprimere un parere sull’attendibilità del bilancio di esercizio e sulla corretta valutazione delle singole voci appostate nel medesimo, tuttavia, anche il collegio sindacale svolge nella procedura di approvazione del bilancio un ruolo non certo irrilevante, dovendo, a norma dell’art. 2429 c.c., non solo riferire all’assemblea sui risultati dell’esercizio sociale, ma fare osservazioni e proposte in ordine al bilancio medesimo ed alla sua approvazione.

Dunque, anche se formalmente non possono esservi sovrapposizioni tra le due attività, i pur diversi ambiti operativi potrebbero comunque venire in stretta relazione e trovarsi in una situazione di interferenza. È indubbio, allora, che l’esistenza di un rapporto di natura patrimoniale, anche in senso lato, tra revisore e sindaco sia potenziale fonte di reciproci condizionamenti (tenuto conto anche del fatto che, in caso di mala gestio, i sindaci sono responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi, qualora il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica).

Inoltre, è stato recepito, il principio comunitario (cfr. la Direttiva 43/2006/Ce) della cosiddetta indipendenza anche “in apparenza”, essendo necessario, ex art. 10 comma 2 del DLgs. 39/2010, che il revisore, oltre ad essere indipendente, appaia anche tale agli occhi di terzi informati, obiettivi e ragionevoli. Ciò, peraltro, senza accogliere il criterio che, nel valutare l’obiettività e l’indipendenza del revisore, attribuisce rilievo all’esistenza di una relazione d’affari tra quest’ultimo ed una società solo se tale relazione assuma un carattere di significatività o di rilevanza. Non si ritrova, infatti, alcun riferimento normativo a tali concetti con riguardo al rapporto d’affari tra società e revisore legale.

Si condivide, infine, l’impostazione giuridica del Tribunale in ordine alla natura imperativa, o comunque di ordine pubblico economico, dell’art. 10 DLgs n. 39/2010, essendo tale norma finalizzata ad assicurare la massima trasparenza ed obiettività delle informazioni ai soggetti che operano nel mercato, dovendo i revisori attestare al cospetto di tutti gli operatori economici (soci, creditori, terzi in generale) l’attendibilità del bilancio dagli stessi certificato nell’interesse generale dell’economia. Ne consegue che dalla violazione della norma in esame deriva la nullità dell’atto di nomina del revisore, venendo quindi meno il suo diritto al compenso.

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