Giurisprudenza

12 Marzo 2019 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Patto di famiglia e trattamento fiscale

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Il patto di famiglia è la possibilità per un imprenditore di gestire il passaggio generazionale della propria impresa, trasferendo ad uno o più discendenti l’azienda o le quote di partecipazione al capitale della “società di famiglia”, senza che vi possano essere contestazioni in sede di eredità.

È un contratto tipicamente tra vivi, che comporta il trasferimento immediato dell’impresa di famiglia. Il patto di famiglia deve essere stipulato per atto pubblico dal notaio a pena di nullità e vi devono partecipare coloro che sarebbero legittimari (cioè eredi che la legge prevede non possano essere esclusi, come ad esempio il coniuge e i figli) se in quel momento si aprisse la successione dell’imprenditore.

Il patto deve prevedere che i beneficiari assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie compensino gli altri partecipanti al contratto con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote riservate ai legittimari (a meno che questi non vi rinuncino in tutto o in parte).

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 32823 del 19 dicembre 2018 ha dettato alcuni principi inerenti al trattamento fiscale, ai fini dell’imposta di donazione, riferiti al patto di famiglia: il trasferimento dell’azienda o della partecipazione al discendente assegnatario e la liquidazione della somma a titolo di compensazione ai legittimari non assegnatari.

Occorre ricordare che le aliquote e le franchigie stabilite per l’imposta sulle successioni e donazioni sono: del 4 per cento, per i trasferimenti effettuati in favore del coniuge o di parenti in linea retta (ascendenti e discendenti) da applicare sul valore complessivo netto, eccedente per ciascun beneficiario, la quota di 1 milione di euro; del 6 per cento, per i trasferimenti in favore di fratelli o sorelle da applicare sul valore complessivo netto, eccedente per ciascun beneficiario, 100 mila euro; del 6 per cento, per i trasferimenti in favore di altri parenti fino al quarto grado, degli affini in linea collaterale fino al terzo grado, da applicare sul valore complessivo netto trasferito, senza applicazione di alcuna franchigia; dell’8 per cento, per i trasferimenti in favore di tutti gli altri soggetti da applicare sul valore complessivo netto trasferito, senza applicazione di alcuna franchigia.

Il caso in oggetto riguarda il ricorso per cassazione proposto dall’Agenzia delle entrate avverso una sentenza della commissione tributaria regionale della Lombardia che ha ritenuto illegittimo l’avviso di liquidazione notificato a T.L. ed T.E. in recupero solidale della maggiore imposta di donazione asseritamente applicabile sulla somma di denaro corrisposta dal primo alla seconda (sorella) a tacitazione e liquidazione pro quota delle azioni a lui trasferite dalla madre Z.C. Ciò in adempimento del “patto di famiglia” (artt. 768 bis c.c. e ss., come introdotti dalla L. n. 55 del 2006, art. 2) intercorso tra le parti il 22 maggio 2007, ed avente ad oggetto le azioni dalla Z. detenute nella T.A. spa.

La commissione tributaria regionale, in particolare, ha ritenuto che: contrariamente a quanto sostenuto dall’Agenzia delle entrate, l’atto di liquidazione in denaro delle azioni dall’assegnatario T.L. alla legittimaria T.E. fosse avvinto da causa unitaria con la donazione avente ad oggetto il trasferimento di tali azioni, integrando in sostanza anch’esso una donazione (seppure indiretta perchè eseguita tramite il figlio assegnatario) dalla madre disponente alla figlia; conseguentemente, fosse sull’atto di liquidazione in questione applicabile, come esattamente operato dai contribuenti, l’imposta di donazione in ragione del 4 per cento con franchigia di Euro 1 milione, non già in ragione del 6 per cento con franchigia di Euro 100 mila, come voluto dall’agenzia delle entrate.

L’Agenzia delle entrate impugnando la sentenza lamentava il fatto che la commissione tributaria regionale ha erroneamente ravvisato nel patto di famiglia, a fini fiscali, un atto unitario di donazione, nonostante che esso fosse in realtà composto da due atti autonomi e distinti (tanto da poter essere realizzati anche in maniera non contestuale), così individuabili: il trasferimento iniziale delle quote societarie a favore del discendente assegnatario; il successivo atto di liquidazione in denaro effettuato dal discendente assegnatario in favore della sorella, legittimaria non assegnataria, da assoggettare – diversamente da quanto stabilito dal Collegio giudicante di secondo grado – all’imposta di donazione con aliquota del 6 per cento (per la parte eccedente la franchigia di 100 mila euro), trattandosi, nella specie, di un trasferimento intervenuto tra fratelli.

La sentenza impugnata dall’Agenzia, quindi, va dunque cassata in base al principio per cui il patto di famiglia è assoggettato all’imposta sulle donazioni per quanto concerne sia il trasferimento dell’azienda o della partecipazione dal disponente al discendente, sia la corresponsione di somma compensativa della quota di legittima dall’assegnatario dell’azienda o della partecipazione ai legittimari non assegnatari; quest’ultima corresponsione è assoggettata ad imposta in base all’aliquota ed alla franchigia relative non al rapporto tra disponente ed assegnatario, e nemmeno a quello tra disponente e legittimario, bensì a quello tra assegnatario e legittimario.

La Suprema Corte – dopo aver stabilito che il prelievo tributario doveva essere determinato in ragione del rapporto intercorrente tra l’assegnatario ed il legittimario non assegnatario e considerato che, nel caso concreto, la liquidazione delle somme compensative era stata effettuata tra fratelli – ha accolto quindi il ricorso per Cassazione proposto dall’Ufficio impositore ritenendo, pertanto, applicabile l’imposta di donazione con l’aliquota del 6 per cento e la franchigia di 100 mila euro.

 

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