Giurisprudenza

10 Luglio 2019 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Quando il commercialista concorre nel reato di dichiarazione fraudolenta

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Se il professionista è a conoscenza della falsità dei documenti in considerazione di precedenti accertamenti effettuati dalla Guardia di finanza, lui può concorrere con il contribuente nel reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (articolo 2 del Dlgs n. 74/2000), a titolo di dolo eventuale. Questo è quanto emerge dalla sentenza n. 28158 del 27 giugno 2019 della Corte di Cassazione, sezione III penale.

Il caso riguarda un consulente fiscale che veniva condannato a titolo di concorso nel reato di dichiarazione fraudolenta (articolo 2, Dlgs n. 74/2000) insieme all’amministratore legale, al gestore di fatto e ad altri soggetti, in relazione all’utilizzo di elementi passivi fittizi nelle dichiarazioni presentate per conto della società contribuente, ai fini delle imposte dirette e dell’Iva, con riferimento ai periodi d’imposta dal 2006 al 2010.

Contro la sentenza pronunciata dalla Corte d’appello il commercialista proponeva ricorso per cassazione, contestando l’affermazione della sua responsabilità penale sotto il duplice profilo del contributo concorsuale e dell’elemento psicologico.

Nel rigettare il ricorso proposto nell’interesse del professionista, la Corte suprema ha fornito alcuni chiarimenti in ordine alle caratteristiche e alle modalità di realizzazione della fattispecie concorsuale in argomento.

Il commercialista di una società può concorrere nel reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti agendo a titolo di dolo eventuale, ossia un tipo di manifestazione del dolo in cui l’agente ha la precisa coscienza e volontà di attuare un evento lesivo e, pur di raggiungere tale scopo – già di per sé illegittimo e illegale – accetta anche che le conseguenze della sua condotta possano essere più gravi di quanto non sia strettamente necessario per ottenere lo scopo primario.

I giudici di legittimità rilevano come il contributo causale del professionista possa manifestarsi attraverso forme differenziate e atipiche della condotta criminosa. Il contributo causale del consulente potrà, dunque, estrinsecarsi nell’adozione di condotte materiali (la predisposizione di una dichiarazione infedele o fraudolenta, la fatturazione, per conto del cliente, di operazioni inesistenti), ma anche in ipotesi di concorso morale (che consiste nella determinazione o nel rafforzamento dell’altrui proposito criminoso e che si verifica, ad esempio, qualora il commercialista non si limiti a prospettare le diverse possibili soluzioni giuridiche, illustrandone i pro e i contro anche sotto il profilo penale, ma indichi in concreto la via per adottare un espediente illecito, persuadendo il cliente a tenere il comportamento evasivo).

Inoltre la Corte Suprema ha più volte ribadito che: “la responsabilità penale del commercialista a titolo di concorso di persone nel reato sussiste solo in caso di dolo” e ancora che: “il dolo specifico richiesto per integrare il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, previsto dall’art. 2 del D. Lgs. n. 74/2000, è compatibile con il dolo eventuale, ravvisabile nell’accettazione del rischio che l’azione di presentazione della dichiarazione, comprensiva anche di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, possa comportare l’evasione delle imposte dirette o dell’IVA”.

Infine, secondo la Corte, la partecipazione concorsuale del consulente ai fatti di reato di cui all’articolo 2 del Dlgs n. 74/2000 risulta da una pluralità di elementi. Il professionista, infatti, curava la predisposizione dei bilanci di esercizio della società e disponeva di un accesso diretto in remoto al sistema informatico della stessa per ottenere report contabili periodici. Inoltre, quale commercialista della società, era a conoscenza di plurime anomalie nella relativa contabilità già a far data dal 2005, in quanto evidenziate da un controllo della Guardia di finanza. Pertanto, il soggetto “era da ritenersi perfettamente a conoscenza sia dell’omessa istituzione e tenuta della contabilità di magazzino, sia dell’irregolare tenuta del registro degli inventari”, tanto più che tali gravi violazioni erano periodicamente segnalate dal collegio sindacale, con il quale egli era in continuo contatto e al quale forniva documentazione.

 

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