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12 Maggio 2021 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Recovery Fund: una goccia in mezzo al mare?

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Nel 2020 la spesa pubblica italiana è stata pari a quasi 890 miliardi di euro: un importo oltre quattro volte superiore a quanto il Paese spenderà nei prossimi cinque anni con i fondi messi a disposizione dall’Unione europea con il Recovery (191,5 miliardi di euro).

Negli ultimi mesi un tema centrale del dibattito pubblico è stato l’utilizzo sensato e oculato del denaro che l’Europa metterà a disposizione, ma è altrettanto determinante che il Governo attuale intensifichi l’attenzione anche su come vengono impiegati ogni anno gli 890 miliardi di euro e attivi. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre aggiungendo che il 90 per cento della spesa pubblica è di parte corrente e viene utilizzata, in particolar modo, per liquidare gli stipendi dei dipendenti del pubblico impiego, per consentire i consumi della PA e per pagare le prestazioni sociali.

Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è costituito da 235,6 miliardi di euro, di cui 191,5 riconducibili al Recovery Fund, 30,6 a un fondo complementare e gli altri 13,5 miliardi di euro al REACT-EU. Di questi 235,6 miliardi, 52,6 verranno investiti per progetti in essere, ovvero già previsti, mentre i restanti 183 andranno a finanziare nuovi progetti. Pertanto, nel 2026 la crescita del Pil, anno in cui si concluderà l’azione del Piano, dovrebbe essere più alta di 3,6 punti percentuali rispetto allo scenario che si verificherebbe senza l’effetto degli investimenti aggiuntivi.

Tutto questo, ovviamente, secondo le più ottimistiche previsioni, ossia investimenti efficienti e condizioni monetarie favorevoli. Se, invece, il quadro generale fosse meno positivo, il nostro PNRR ipotizza altri due scenari: uno medio con una crescita del Pil del 2,7 per cento e uno basso con un incremento dell’1,8 per cento.

Ponendo lo sguardo solo sul versante favorevole, l’Ufficio studi della CGIA segnala che a fronte di 183 miliardi di investimenti, nel 2026 avremo un aumento strutturale del Pil di poco inferiore ai 70 miliardi, determinando un moltiplicatore del Pil pari a 1,2. Questo sarebbe un risultato non particolarmente esaltante, se si tiene conto che, secondo uno studio della Banca d’Italia, la realizzazione delle opere pubbliche può avere ripercussioni importanti sulla crescita economica di un paese se il moltiplicatore della spesa pubblica per investimenti è compreso tra l’1 e il 2.

Va ricordato, sottolineano i tecnici mestrini, che l’Italia non desta una elevata affidabilità in materia di previsioni macro economiche. I dati dell’European Fiscal Board (organo consultivo indipendente della Commissione Europea) sono impietosi: tra il 2013 e il 2019 siamo il Paese che ha sbagliato di più. Un’altra ragione per dubitare che saremo in grado di raggiungere la crescita del Pil del 3,6 per cento e, conseguentemente, disporre di un moltiplicatore dell’1,2.

L’Italia ha un triste primato europeo: fatica ad elaborare delle previsioni di crescita economica attendibili. Nell’ultimo rapporto annuale dell’European Fiscal Board, pubblicato nell’ottobre 2020 (quarto rapporto annuale), è riportata un’analisi sulle differenze tra la crescita effettiva del Pil e le proiezioni presentate nei programmi di stabilità e convergenza durante il periodo 2013-2019. Rispetto ai Paesi dell’Area Euro, l’Italia presenta il risultato più critico: le previsioni di crescita sono risultate essere alte in tutti e sette gli anni presi in esame (2013-2019). Dopo l’Italia, si posizionano cinque paesi che hanno stimato previsioni più elevate in cinque anni su sette. Si tratta di: Belgio, Spagna, Francia, Lettonia e Slovacchia.

Il risultato dell’Italia è altresì critico sul fronte dell’errore medio delle previsioni; in questo rank negativo la nostra penisola risulta seconda solamente alla Slovenia, con un errore medio annuo di stima pari all’1,3 per cento del Pil nominale; tale discrepanza si traduce in un impatto sul bilancio delle Amministrazioni pubbliche di oltre lo 0,5 per cento del Pil all’anno (in sette anni circa 60 miliardi di euro sul bilancio della nostra PA).

Infine, anche sul fronte occupazionale gli effetti del PNRR non saranno particolarmente entusiasmanti. Grazie ai 235,6 miliardi di investimenti, nel 2024-2026 l’occupazione in Italia è destinata ad aumentare di 3,2 punti percentuali che in termini assoluti equivalgono a 750 mila addetti. Una cifra sicuramente importante, anche se va tenuto conto che solo nel primo anno della pandemia si sono persi 900 mila posti di lavoro, nonostante sia in vigore per legge il blocco dei licenziamenti.

 

 

Fonte CGIA Mestre

 

 

 

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