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20 Luglio 2021 | Pubblicato da Redazione Daily Tax

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Riciclaggio e usura? Si ne abbiamo

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Anche a causa degli effetti economici della pandemia, le segnalazioni sospette di riciclaggio ricevute dall’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia sono in aumento. Nel 2020 sono state 113.187 (+7 per cento sul 2019): una soglia, quella in valore assoluto, mai toccata negli anni precedenti. Oltre il 99 per cento del totale di queste denunce riguarda operazioni di riciclaggio di denaro che, molto probabilmente, sono di provenienza illegale e solo lo 0,5 per cento, invece, sono riconducibili a misure sospette di terrorismo e proliferazione di armi di distruzione di massa.

A livello territoriale le situazioni più critiche si sono registrate nelle province di Prato (352 segnalazioni ogni 100 mila abitanti), di Milano (331,3), di Napoli (319,6), di Roma (297,9) e di Caserta (247,5). Le province meno coinvolte, invece, sono state quelle di Nuoro (76), di Viterbo (75,5) e la Sud Sardegna (57,8).

Come ha denunciato la stessa UIF nella Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie nel gennaio scorso, le infiltrazioni delle organizzazioni criminali nel tessuto produttivo del Paese avvengono sempre più spesso attraverso il ricorso ad attività usurarie o estorsive nei confronti di attività che, rispetto ad altre, hanno risentito maggiormente della crisi pandemica. In particolar modo a quelle che appartengono all’immobiliare, all’edilizia, ai servizi di pulizia, al tessile, al turistico-alberghiero, alla ristorazione, ai trasporti.

Ancorché provvisorie, si segnala che nel 2020, a seguito delle chiusure imposte alle attività economiche e alle misure di confinamento a cui gli italiani sono stati sottoposti, le denunce pervenute alle forze dell’ordine in riferimento ai reati contro il patrimonio sono diminuite in misura significativa: estorsioni (-6 per cento); danneggiamenti (-15,4 per cento); rapine (-18,1 per cento); ricettazione (-26,5 per cento); furti (-32,9 per cento); contraffazione (-43,5 per cento). In controtendenza solo le truffe/frodi informatiche (+14,4 per cento) e, purtroppo, l’usura (+16,2 per cento).

Sebbene non vi sia una omogeneità statistica tra gli istituti di ricerca che monitorano la penetrazione delle organizzazione malavitose nell’economia del nostro Paese, il giro d’affari in capo alla criminalità organizzata è sicuramente molto importante. Secondo l’Istat, ad esempio, in Italia ammonterebbe a 19,3 miliardi di euro (dato riferito al 2018), mentre l’Università Cattolica Sacro Cuore-Transcrime stima un fatturato che sfiorerebbe i 30 miliardi di euro (anno 2014). La Banca d’Italia, infine, in un suo approfondimento non proprio recentissimo, ha preso come parametro di riferimento la quantità di moneta in circolazione. Ebbene, i ricercatori di via Nazionale sono giunti alla conclusione che l’economia illegale presente in Italia tra il 2005 e il 2008 potrebbe aver pesato per oltre il 10 per cento del Pil: ovvero attorno ai 170 miliardi di euro.

L’aumento delle segnalazioni di riciclaggio potrebbe trovare una sua giustificazione in merito al fatto che in questi ultimi anni gli impieghi bancari vivi (al netto delle sofferenze bancarie) alle imprese hanno subito una diminuzione molto decisa. Pertanto, non è da escludere che avendo ricevuto molti meno soldi dagli istituti di credito, tanti imprenditori, soprattutto piccoli, si siano rivolti a coloro che potevano erogare del credito con una certa facilità. Tra il marzo del 2011 (picco massimo di erogazione dei prestiti bancari alle imprese) fino allo stesso mese di quest’anno, infatti, le aziende italiane hanno subito una stretta creditizia pari a 250,2 miliardi di euro (-22,4 per cento). E’, comunque doveroso segnalare che, nell’ultimo anno, grazie alle misure a sostegno delle Pmi messe in campo dal governo Conte, i prestiti bancari sono aumentati di quasi 50 miliardi (+7,5 per cento). Una inversione di tendenza importante, ma momentanea e, comunque, del tutto insufficiente a colmare la caduta verticale patita nell’ultimo decennio.

Tuttavia, sono poco più di 176mila le imprese italiane che presentano crediti in sofferenza. In altre parole stiamo parlando delle aziende e delle partite Iva che risultano essere schedate presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia come insolventi. Una classificazione che, di fatto, pregiudica a questi soggetti economici di accedere a prestiti erogati dalle banche e dalle società finanziarie. Una condizione che, ovviamente, non consente di avvalersi nemmeno delle misure agevolate approvate l’anno scorso con il Decreto Liquidità. Non potendo ricorrere a nessun intermediario finanziario queste Pmi, strutturalmente a corto di liquidità e in grosse difficoltà finanziarie, in questo periodo di carenza di credito rischiano molto più delle altre di scivolare tra le braccia degli strozzini. Per evitare tutto questo è necessario incentivare il ricorso al “Fondo per la prevenzione” dell’usura. Uno strumento, quest’ultimo, presente da decenni, ma poco utilizzato, anche perché sconosciuto ai più e, conseguentemente, con scarse risorse economiche a disposizione.

 

 

Fonte CGIA Mestre

 

 

 

 

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